{"id":4659,"date":"2015-03-14T10:27:46","date_gmt":"2015-03-14T09:27:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.parrocchiadimerone.it\/?page_id=4659"},"modified":"2015-03-14T10:27:46","modified_gmt":"2015-03-14T09:27:46","slug":"storia-della-parrocchia","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.parrocchiadimerone.it\/?page_id=4659","title":{"rendered":"Storia della Parrocchia"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #000000;\"><strong>Le chiese dei santi apostoli Giacomo e Filippo<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong>\u00a0<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019attuale santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei in Merone fu l\u2019antica chiesa parrocchiale delle comunit\u00e0 di Moiana, di Merone e, in parte, anche di Incino. La prima notizia della sua esistenza risale al 1285. In tale anno, il 14 aprile, un certo Guglielmo Carcano, figlio di Giacomo, meronese, appartenente alla famiglia che esercitava la signoria in paese, destin\u00f2 nel suo testamento un lascito ai canonici della chiesa plebana di Incino, affinch\u00e9 ogni anno fosse celebrata una messa in suo suffragio nella chiesa di san Giacomo presso Merone: nel testamento era precisata la cifra da elargire al prevosto e ai vari ecclesiastici, ma anche a tutti i poveri che fossero intervenuti alla cerimonia.[i]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Anche Goffredo da Bussero, vissuto nella seconda met\u00e0 del XIII secolo, parl\u00f2 di una chiesa esistente in \u201c<em>locho Merono<\/em>\u201d: era una di quelle che costituivano la pieve di Incino.[ii]\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Per lungo tempo nelle pievi, sorte in Brianza a partire dalla seconda met\u00e0 del V secolo, esistette un\u2019unica chiesa parrocchiale, con annesso battistero, dove annualmente si celebravano i battesimi. Era retta da un prevosto o arciprete coadiuvato da canonici: assieme costituivano il \u201c<em>capitolo<\/em>\u201d e conducevano vita in comune. In sostanza le chiese plebane riproducevano sul territorio il modello della chiesa \u201c<em>madre<\/em>\u201d, la cattedrale, dove risiedeva il vescovo. Con il passare del tempo, per\u00f2, le chiese locali, sorte nei singoli villaggi, si dotarono di un loro patrimonio grazie alle offerte o ai lasciti dei fedeli e, attraverso successive trasformazioni, divennero prima \u201c<em>cappellanie<\/em>\u201d, poi \u201c<em>rettorie<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Cos\u00ec, verso la fine del XIV secolo, anche se il prevosto figurava ancora come il parroco di tutta la pieve, nelle varie chiese and\u00f2 costituendosi la figura di un rettore, che avrebbe poi portato, nell\u2019arco del secolo successivo, alla nascita delle parrocchie vere e proprie. Nel 1466 fu pubblicata un\u2019indagine sulla situazione della chiesa milanese, che registrava le parrocchie esistenti nelle varie pievi della diocesi: la pieve di Incino risult\u00f2 suddivisa in ventidue parrocchie e il suo capitolo, che risiedeva presso la collegiata di santa Eufemia, era costituito dal prevosto, tredici canonici e due cappellani.[iii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La chiesa di san Giacomo non si sottrasse a tale processo di trasformazione, anche se in verit\u00e0 avvenne molto lentamente: nel 1398 \u00e8 definita \u201c<em>cappella<\/em>\u201d, solo nel 1565 \u201c<em>rettoria<\/em>\u201d; inoltre dal documento del 1398 si viene a conoscere quanto esiguo fosse il suo reddito, [iv] che rimase comunque sempre tale pure nei secoli successivi, se a distanza di oltre 150 anni le fu chiesto di versare un contributo di sole quattro lire per l\u2019erezione del seminario diocesano. Nel 1564, infatti, san Carlo Borromeo, impegnato secondo le direttive del concilio di Trento nella costruzione del seminario diocesano, aveva imposto una tassa a tutte le chiese della diocesi e a tutti gli altri enti alle sue dipendenze. Nel \u201c<em>Liber Seminarii Mediolanensis<\/em>\u201d, fatto appositamente compilare con il dettaglio dei contributi dovuti, la chiesa di Moiana \u00e8 cos\u00ec presentata: \u201c<em>Rettoria de Sancto Jacomo de la Ferrera alias de domino Antonio Pelizono, adesso de domino Francesco Carpano<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il documento, anche se essenziale nelle indicazioni, \u00e8 particolarmente interessante: non solo fornisce il nome di due \u201c<em>rettori<\/em>\u201d, don Antonio Pellizzoni e don Francesco Carpani, ma rivela anche come la chiesa di Moiana, dedicata ai santi apostoli Giacomo e Filippo, fosse comunemente detta di \u201c<em>san Giacomo della Ferrera<\/em>\u201d per la localit\u00e0 in cui si trovava; veniva pure denominata popolarmente \u201c<em>chiesa di san Giacomo in isola<\/em>\u201d, perch\u00e9, come scrisse don Mario nel \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d, spesso le acque del lago di Pusiano e del Lambro, straripando, la circondavano da ogni parte, o forse, ancor meglio, perch\u00e9 davvero si trovava su una sorta di isola, circondata da qualche ramo del Lambro che, non ancora incanalato verso il lago, vagava per la pianura paludosa, prima di ricongiungersi in un unico corso con l\u2019emissario del lago di Alserio.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1565 la chiesa di san Giacomo ricevette la prima \u201c<em>visita<\/em>\u201d da parte di un sacerdote inviato da san Carlo, che fin dagli inizi del suo episcopato milanese aveva reinserito l\u2019antica pratica ecclesiastica delle visite pastorali. La descrizione che il \u201c<em>visitatore<\/em>\u201d ha lasciato della chiesa \u00e8 abbastanza dettagliata: era rivolta a oriente, aveva un solo altare, non consacrato, ma fornito di pietra sacra; era a una sola navata e le pitture della volta, sopra l\u2019altare, erano gi\u00e0 notevolmente deteriorate; il fonte battesimale, in pietra, era stato trovato poco pulito; vi era istituita, secondo le disposizioni del cardinale, la \u201c<em>Scuola del SS. Sacramento e della Dottrina Cristiana<\/em>\u201d; non c\u2019era n\u00e9 sacrestia n\u00e9 campanile; in chiesa non era conservata l\u2019eucarestia e non c\u2019erano reliquie.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Si trattava, insomma, di una chiesa povera, gi\u00e0 in condizioni precarie, edificata in un luogo paludoso, che rischiava di rimanere abbandonata anche a causa della lontananza dalla casa del curato. Il visitatore era stato esplicito: \u201c<em>Non si tiene il Santissimo Sacramento in questa chiesa per la lontananza dalla casa del curato e per l\u2019humidit\u00e0 et essendo la chiesa\u2026 in locho paludoso<\/em>\u201d. L\u2019abitazione del curato si trovava sul colle della Ferrera, a qualche centinaio di metri di distanza: da l\u00ec, una sola campana, posta sulla casa, chiamava i fedeli alle funzioni sacre. Il curato era don Francesco Carpani di Ponte, che non risiedeva in luogo; aveva un vicecurato, che abitava da solo nella casa parrocchiale. Si trattava di Paolo di Urgnano, un frate domenicano della diocesi di Bergamo, che aveva licenza di insegnare la dottrina cristiana e di predicare il vangelo, teneva il libro dei battesimi e dei matrimoni, aveva mediocre pratica della scrittura ed era invece esperto nel canto.[v]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La chiesa di san Giacomo, pur essendo ancora una \u201c<em>rettoria<\/em>\u201d, funzionava ormai gi\u00e0 come una parrocchia; oltre alle normali pratiche religiose, infatti, vi si amministravano i battesimi e i matrimoni e si svolgevano i funerali: il cimitero era situato immediatamente davanti alla chiesa, ma aveva il muro di cinta diroccato. La sua ubicazione, per\u00f2, in luogo particolarmente umido e la lontananza dall\u2019abitato la rendevano poco idonea alla pratica del culto: cos\u00ec gi\u00e0 da allora si fece strada l\u2019idea di abbandonarla per costruirne una nuova, vicino alla casa del curato, sulla collina.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1574 giunse in visita pastorale san Carlo Borromeo: egli fu a Merone sabato 24 aprile. Anche a lui la chiesa parve subito troppo piccola ed eccessivamente distante da Moiana e da ogni altra abitazione. Anzi trov\u00f2 che, a causa dell\u2019angustia dell\u2019edificio, per aumentarne lo spazio interno, era stata realizzata una specie di tribuna, sulla quale, attraverso una scala in legno, la gente saliva per assistere alla santa messa; sul pavimento, poi, era stata fissata una sbarra di legno, nel mezzo, per separare gli uomini dalle donne.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">In dieci anni le condizioni della chiesa, che continuava a essere sprovvista di sacrestia e campanile, erano ulteriormente peggiorate e anche il vicecurato aveva lasciato la sua abitazione, a causa del clima cattivo, e si era ritirato a Moiana in una casa concessagli in uso gratuito. Inoltre non esisteva pi\u00f9 la \u201c<em>Scuola del SS. Sacramento<\/em>\u201d, a cui il cardinale teneva tanto e che subito rifond\u00f2, affinch\u00e9 i suoi iscritti potessero accompagnare il sacerdote quando portava l\u2019eucarestia agli infermi.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La chiesa di san Giacomo, insomma, denunciava uno stato di crescente abbandono, ma questa era la condizione, in un certo qual modo, comune a tutte le chiese rurali del tempo, che inesorabilmente risentivano della grande povert\u00e0 della popolazione. La stessa chiesa di santa Eufemia, capo pieve, fu trovata in uno stato di tale deterioramento che l\u2019arcivescovo ordin\u00f2 il trasferimento della titolarit\u00e0 della prepositura alla chiesa di santa Maria di Villincino.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Anche san Carlo si rese conto che la soluzione migliore sarebbe stata l\u2019edificazione di una nuova chiesa: egli pens\u00f2 a Moiana e indic\u00f2 lui stesso il luogo pi\u00f9 idoneo. Ci si ricord\u00f2 della segnalazione del cardinale, pi\u00f9 tardi, quando si intraprese la costruzione dell\u2019oratorio di san Francesco. Intanto, per\u00f2, bisognava intervenire sulla struttura esistente per adeguarla alle necessit\u00e0 del culto e, affinch\u00e9 si potesse conservare in chiesa il SS. Sacramento, era necessario che vi si costruisse a lato la casa parrocchiale. Per ottenere ci\u00f2 il cardinale sarebbe stato disposto anche ad autorizzare la vendita di qualche bene parrocchiale. A tale proposito va osservato come in tutti gli atti della visita pastorale la chiesa di san Giacomo fosse ormai definita \u201c<em>parrocchiale<\/em>\u201d: il concilio di Trento, infatti, aveva ufficialmente riconosciuto l\u2019istituzione delle parrocchie riunite in vicariato foraneo.[vi]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Ma la notizia pi\u00f9 importante relativa alla chiesa ci giunge dalla visita che san Carlo fece al cimitero. Nel visitarlo il santo fu colpito da una volta semidistrutta e da altri resti di una chiesa demolita.[vii] E\u2019 la testimonianza dell\u2019antichit\u00e0 della \u201c<em>chiesa di san Giacomo de la Ferrera<\/em>\u201d. L\u2019attuale non \u00e8 l\u2019edificio originario: ne esisteva uno pi\u00f9 antico, andato purtroppo distrutto con il tempo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Come d\u2019abitudine, la visita pastorale di san Carlo funzion\u00f2 non solo come un vero e proprio censimento spirituale della popolazione \u2013 volle sapere quanti in paese non si confessavano, se vi fossero concubini, usurai, eretici o superstiziosi, bestemmiatori, giocatori d\u2019azzardo \u2013 ma anche civile: da essa si sa che gli abitanti della parrocchia in et\u00e0 di accostarsi alla comunione erano 170, distribuiti nei luoghi di \u201c<em>Moiana, Merone,<\/em> <em>Ferera, Casoto<\/em>, <em>Scepo<\/em> <em>e Molini<\/em>\u201d. La visita del cardinale mise ordine anche nella situazione dei legati di cui la chiesa godeva: generalmente consistevano nella celebrazione di messe, ma anche nella distribuzione di frumento ai poveri. Purtroppo spesso succedeva che con il tempo venisse meno l\u2019osservanza degli obblighi assunti: il cardinale fu inflessibile nel difendere i diritti della chiesa e nel richiamare gli interessati all\u2019adempimento dei propri doveri; addirittura autorizz\u00f2 il curato a ricorrere al console del paese e minacci\u00f2 di escludere i responsabili dai sacramenti della confessione e della comunione.[viii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il 22 giugno 1589 avvenne un\u2019altra visita pastorale: questa volta il visitatore fu monsignor Pietro Barchio, dottore in teologia e diritto canonico. Dalla sua relazione si viene a sapere che le pitture della cappella maggiore non erano ancora state restaurate, ma che era stata costruita la sacrestia e che la chiesa era stata dotata di confessionale. Il visitatore, inoltre, diede ordine al parroco di non celebrare le funzioni religiose senza la presenza di un chierico o almeno di un ragazzo vestito con l\u2019abito talare.[ix]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La situazione, per\u00f2, restava precaria. Fu durante l\u2019episcopato di Federico Borromeo che si cerc\u00f2 di risolvere definitivamente la questione, dando una nuova struttura alla parrocchia: il 5 agosto 1613, alla presenza del vicario generale, fu ipotizzata la ridefinizione dei confini parrocchiali tra Merone, Monguzzo e Moiana, dove era in fase di ultimazione la chiesa gi\u00e0 auspicata da san Carlo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La visita pastorale del 1615 avrebbe dovuto verificare la fattibilit\u00e0 del progetto. Ancora una volta si part\u00ec dalla costatazione che la chiesa della Ferrera era situata in piena campagna, al di l\u00e0 del Lambro, lontana dai paesi di Moiana e di Merone, scomoda da raggiungersi dai parrocchiani.[x] Sarebbe stato pi\u00f9 conveniente che l\u2019attivit\u00e0 parrocchiale per le famiglie di Moiana e per quelle che abitavano \u201c<em>al di l\u00e0 del Lambro<\/em>\u201d,[xi] sulla sponda sinistra, si fosse svolta nella chiesa che si stava costruendo a Moiana sotto il titolo dell\u2019<em>Assunzione della Beata Vergine Maria <\/em>(fu questa la dedicazione originaria dell\u2019attuale chiesetta di san Francesco). A questo proposito il visitatore esortava i signori Carpani \u2013 i signori di Moiana, con il cui fondamentale contributo si stava realizzando l\u2019opera \u2013 e tutta la popolazione a ultimare al pi\u00f9 presto la costruzione dell\u2019edificio, perch\u00e9 vi si potessero celebrare le sacre funzioni, conservare il Santissimo Sacramento, trasportarvi tutte le suppellettili indispensabili per il culto, la Scuola del Santo Rosario con tutte le sue indulgenze e il fonte battesimale. Si sarebbe dovuta costruire, vicino alla chiesa, anche una comoda casa per l\u2019abitazione del rettore.[xii] Invece l\u2019abitato di Merone, i mulini, le fornaci, la cascina Ceppo e tutte le famiglie residenti \u201c<em>al di qua del Lambro<\/em>\u201d,[xiii] sulla sua sponda destra, sarebbero dovuti passare, con il consenso di entrambi i parroci e della popolazione di Merone, sotto la parrocchia di san Biagio di Monguzzo. La divisione dei beni parrocchiali e delle rispettive rendite, per evitare l\u2019insorgere di dispute o di discordie, sarebbe stata effettuata dal vicario foraneo, alla presenza di due testimoni scelti dalla popolazione, uno di Moiana, l\u2019altro di Merone.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Intanto a Merone si sarebbe dovuta ampliare la chiesa di santa Caterina e dotarla di sacrestia e di torretta per le campane.[xiv] Anche qui, inoltre, si rendeva necessaria la costruzione della casa per il cappellano: egli avrebbe celebrato la messa due volte la settimana durante i giorni feriali; nei giorni festivi, oltre alla celebrazione della messa, sarebbe stato suo compito tenere di pomeriggio anche la scuola della dottrina cristiana.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Per\u00f2, in attesa che il progetto potesse essere realizzato, si sarebbe dovuto provvedere anche alla chiesa della Ferrera, la cosiddetta chiesa dei santi Giacomo e Filippo <em>\u201cin insula<\/em>\u201d, come per la prima volta venne chiamata in un documento ufficiale. Dai decreti della visita pastorale si viene a sapere che, affinch\u00e9 non capitasse che qualche fedele, colpito da improvvisa malattia, morisse senza viatico,[xv] fu finalmente accordato il permesso di conservare il Santissimo Sacramento nel tabernacolo; per\u00f2 questo doveva essere, come gi\u00e0 aveva richiesto san Carlo, dorato, rivestito all\u2019interno di seta rossa e recante sulla sommit\u00e0 l\u2019immagine di Cristo risorto: non sarebbe stata una spesa inutile, perch\u00e9 lo si sarebbe potuto trasportare, a suo tempo, nella nuova chiesa di Moiana.[xvi] Altre disposizioni lasciate dal visitatore furono la decorazione con immagini di santi della cappella maggiore \u2013 era stata, infatti, realizzata una cappella \u201c<em>minore<\/em>\u201d laterale comunicante con la sacrestia, ma l\u2019ordine era di murarne la porta e di definire lo spazio della cappella con cancelli di ferro \u2013 di dipingere sopra il portale della chiesa i santi patroni e di collocarvi all\u2019ingresso due acquasantiere, affinch\u00e9 le donne e gli uomini si aspergessero con l\u2019acqua benedetta separatamente.[xvii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Comunque la chiesa dei santi Giacomo e Filippo non sarebbe stata chiusa al culto, nemmeno dopo la consacrazione della nuova cappella di Moiana e il trasferimento di parte della parrocchia a Monguzzo. Vi sarebbero state celebrate due messe feriali ogni settimana: una da parte del rettore di Moiana, l\u2019altra del cappellano di Merone. Ed erano previste sanzioni, se qualcuno fosse venuto meno all\u2019impegno; si faceva eccezione solo per il cappellano di Merone, se, come talvolta succedeva, non avesse potuto raggiungere la chiesa a causa di qualche straripamento del Lambro.[xviii] La festa dei santi patroni si sarebbe dovuta celebrare solennemente a spese del parroco di Moiana, ma il cappellano di Merone aveva l\u2019obbligo di intervenire, senza alcun compenso, alle cerimonie. Infine i fedeli di Merone, passati sotto la parrocchia di Monguzzo, avrebbero potuto ancora essere sepolti, qualora l\u2019avessero richiesto, nella chiesa della Ferrera e nell\u2019attiguo cimitero.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Alla fine il progetto rest\u00f2 solo nelle intenzioni e non se ne fece nulla, ma per la piccola chiesa deve essere stato un forte campanello d\u2019allarme. Cos\u00ec si corse ai ripari e si mise mano al restauro. Si tratt\u00f2 molto probabilmente di un rifacimento pressoch\u00e9 totale, se il cardinal Visconti, quando vi giunse in visita pastorale nel 1686, la pot\u00e9 definire chiesa di moderna ed elegante struttura.[xix] Inoltre, invece di lamentare, come prima era abitualmente successo, la posizione isolata della chiesa, ne sottoline\u00f2 la collocazione strategica, situata com\u2019era a uguale distanza dai paesi di Moiana e di Merone.[xx]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">I risultati della visita pastorale furono pi\u00f9 che positivi. Nella chiesa vi erano due altari: quello maggiore nel coro, dotato finalmente di un bel tabernacolo di legno, elegantemente lavorato e indorato, in cui era conservato il Santissimo Sacramento; l\u2019altro nella cappella della Beata Vergine del santo Rosario con annesso l\u2019obbligo della celebrazione di sei messe durante la prima settimana di ottobre, come era stato disposto per testamento dal parroco don Carlo Francesco Carpani nel 1674. Erano venerate da antica data \u2013 secondo la testimonianza dei pi\u00f9 anziani del paese \u2013 alcune reliquie di santi, di cui per\u00f2 non si conoscevano i nomi e che non erano nemmeno mai state sottoposte a ricognizione.[xxi] Le suppellettili sacre furono ritenute sufficienti e risultavano custodite con cura e decoro in sacrestia. Era stata collocata una campana anche sulla chiesa in aggiunta alle due che continuavano a esistere sul tetto della casa parrocchiale.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Anche questa volta, comunque, non mancarono i decreti. Tre in particolare: nella parete del coro, dal lato del vangelo, era necessario scavare una \u201c<em>fenestrella<\/em>\u201d per la custodia dell\u2019olio degli infermi; nella cappella del fonte battesimale andava dipinta la scena del battesimo di Ges\u00f9; infine andava collocata la croce nel cimitero antistante la chiesa.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Intanto la popolazione era aumentata: dai tempi di san Carlo, infatti, si era pi\u00f9 che raddoppiata, raggiungendo i 379 abitanti. Il Settecento non apport\u00f2 alcuna novit\u00e0 di rilievo alla chiesa, che continu\u00f2 a svolgere con soddisfazione il suo ruolo di parrocchiale per le comunit\u00e0 di Merone, Moiana e parte di Incino. Fu, invece, il piccolo cimitero a rivelarsi insufficiente, tanto che le amministrazioni comunali provvidero a realizzarne, poco distante, uno nuovo. Entr\u00f2 in funzione nel 1788. Il 30 gennaio vi fu sepolto il primo defunto: un bambino di soli tre giorni.[xxii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Tra Settecento e Ottocento lo sviluppo demografico del paese fu notevole. Dallo \u201c<em>stato delle anime<\/em>\u201d della parrocchia si sa che nel 1842 la popolazione complessiva era di 720 abitanti, di cui 210 erano i ragazzi. Nella seconda met\u00e0 del secolo aument\u00f2 ulteriormente. Cos\u00ec, quando nel 1877 don Carlo Moranzoni fece il suo ingresso in parrocchia, si trov\u00f2 subito di fronte al problema della inadeguatezza della chiesa, incapace ormai di contenere tutti i fedeli. La maggior parte della popolazione, per assolvere il precetto della messa domenicale, era costretta a recarsi nelle parrocchie vicine e durante la spiegazione della dottrina cristiana le donne \u201c<em>si radunavano in chiesa<\/em>\u201d, mentre gli uomini se ne stavano \u201c<em>a cielo scoperto<\/em>\u201d sulla piccola piazza.[xxiii] E questo nonostante l\u2019aiuto offerto dai religiosi dell\u2019Istituto Villoresi, che con i loro alunni trascorrevano le vacanze a Merone nel palazzo dei nobili Rasini Anguissola.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Ormai non era pi\u00f9 possibile attendere oltre: bisognava procedere alla costruzione di una nuova chiesa. Fu don Moranzoni ad affrontare il problema. Ne parl\u00f2 alla popolazione che rispose con entusiasmo, garantendo anche la prestazione di manodopera; aiuti arrivarono pure dalle parrocchie vicine. L\u2019appello che il parroco aveva lanciato \u201c<em>alla pubblica carit\u00e0<\/em>\u201d stava dando i suoi frutti e allora fu incaricato l\u2019ingegner Tiberio Sironi di Verano, che prest\u00f2 la sua opera gratuitamente, di redigere il progetto del nuovo edificio.[xxiv] Ne usc\u00ec un disegno grandioso per le dimensioni della parrocchia: \u201c<em>Chiesa grande, capace, maestosa, in forma di croce latina, ad una sola navata<\/em>\u201d.[xxv] Il preventivo di spesa fu di 61.583 lire.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Intanto il ministero, riconoscendo la necessit\u00e0 dell\u2019opera, aveva autorizzato la \u201c<em>Prebenda parrocchiale<\/em>\u201d a vendere al parroco, che l\u2019acquist\u00f2 con denari propri e lo cedette poi alla \u201c<em>Fabbriceria<\/em>\u201d, il terreno sulla sommit\u00e0 della collina della Ferrera, \u201c<em>in luogo salubre ed ameno<\/em>\u201d, per l\u2019edificazione della nuova chiesa; da parte sua la fabbriceria aveva chiesto alla prefettura di Como l\u2019autorizzazione ad \u201c<em>alienare un certificato di Rendita dello Stato<\/em>\u201d per l\u2019importo di 255 lire.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">In poco tempo era stato raccolto circa un terzo dei fondi necessari. Avevano dato il loro contribuito vari ecclesiastici dei dintorni e tutti i signori di Merone e di Moiana.[xxvi] Cos\u00ec, fatte scavare dai parrocchiani le fondamenta, il 6 marzo 1880 fu benedetta e posata la prima pietra.[xxvii] Il 31 marzo il parroco comunic\u00f2 alle tre amministrazioni interessate l\u2019inizio dei lavori, presentando, nel contempo, una richiesta di contributo proporzionale alla popolazione di ciascun comune. Don Moranzoni aveva dalla sua parte la legge comunale e provinciale del 20 marzo 1865 e ben tre pareri, assai recenti, del Consiglio di Stato. Ma dalle amministrazioni non giunse alcuna risposta. Don Moranzoni ritorn\u00f2 alla carica nel gennaio del 1881, avanzando anche la proposta di costituire una commissione di persone fidate, che di comune accordo tra amministrazioni pubbliche e fabbriceria vigilasse sull\u2019opera e si adoperasse per recuperare i fondi necessari. Il parroco per avvalorare la sua richiesta si serv\u00ec del \u201c<em>regio subeconomo di Asso<\/em>\u201d, il prevosto don Damiano Ratti. Un\u2019altra lettera giunse al sindaco di Merone, in data 28 giugno, dalla prefettura di Como in cui si sollecitava la riunione del consiglio comunale per deliberare in merito al contributo richiesto. Il sindaco, d\u2019accordo con i colleghi di Moiana e di Incino, rispose che era del tutto inutile la convocazione del consiglio, perch\u00e9 il comune non disponeva di fondi, essendo gi\u00e0 impegnato a sostenere la spesa derivata dall\u2019ampliamento del cimitero consortile. E tutto fin\u00ec l\u00ec. Il comportamento delle amministrazioni comunali, per\u00f2, non dipendeva da mancanza di sensibilit\u00e0 al problema. Le difficolt\u00e0 erano oggettive: i comuni si trovarono a corto di soldi proprio nel momento in cui ne avevano maggiormente bisogno per far fronte alle crescenti esigenze.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">I lavori per la costruzione della chiesa all\u2019inizio proseguirono alacremente e in pochi mesi la struttura fu innalzata fino a sei metri circa dalle fondamenta. Poi i fondi di cui la fabbriceria disponeva e quelli offerti dalla generosit\u00e0 dei benefattori si esaurirono; non serv\u00ec pi\u00f9 nemmeno la prestazione gratuita di manodopera da parte degli abitanti. Cos\u00ec nel settembre del 1881 il parroco fu costretto a interrompere i lavori e la nuova chiesa rest\u00f2 l\u00ec, incompiuta, diventando, \u201c<em>come il tempio di Gerusalemme<\/em>\u201d \u2013 scrisse il parroco don Rodolfo Ratti \u2013 \u201c<em>la favola delle genti<\/em>\u201d.[xxviii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Don Moranzoni non lasci\u00f2 nulla di intentato. Nello stesso anno dell\u2019interruzione dei lavori pubblic\u00f2 un articolo sulla rivista \u201c<em>Il Leonardo da Vinci<\/em>\u201d di Milano in cui, dopo aver ripercorso le tappe fondamentali della vicenda, comunicava l\u2019apertura di una sottoscrizione per la costruzione della chiesa. Sarebbe stato possibile far pervenire le offerte alla fabbriceria, allo stesso parroco e anche ai sindaci dei comuni interessati; i nomi dei benefattori sarebbero stati resi pubblici con apposito elenco e ricordati opportunamente nelle preghiere dei fedeli.[xxix]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Trascorsi due anni, don Moranzoni si rivolse nuovamente alle amministrazioni comunali. Era il 1883, e questa volta, per trasmettere la sua lettera, si serv\u00ec della prefettura, che intanto si era adoperata per trovare una soluzione al problema. Il prefetto, infatti, aveva accertato che per portare a termine il primitivo progetto elaborato dall\u2019ing. Sironi servivano ancora ben 42.000 lire, una somma del tutto sproporzionata alle possibilit\u00e0 finanziarie dei tre comuni. Allora avanz\u00f2 al parroco due proposte: la prima fu quella di chiedere all\u2019ingegnere la revisione del suo progetto per ridurne le dimensioni in modo da contenere il pi\u00f9 possibile il costo dell\u2019opera; la seconda, invece, consisteva nel ristrutturare la vecchia chiesa parrocchiale, utilizzando i materiali della nuova costruzione rimasta interrotta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Fu preferita la prima ipotesi e la nuova perizia elaborata dall\u2019ing. Sironi ridusse la spesa a 19.606,15 lire, che sarebbe poi stata successivamente arrotondata a 15.000. Su questa cifra il prefetto interpell\u00f2 le tre amministrazioni. Il primo a rispondere fu il comune di Moiana, il cui consiglio si riun\u00ec il 23 marzo 1884. La situazione finanziaria era difficile: la spesa per l\u2019ampliamento del cimitero aveva costretto il comune a sospendere, nel biennio 1881-1882, la restituzione del mutuo di 2.000 lire contratto per la realizzazione della rete ferroviaria Milano-Incino-Erba. Per tre anni non ci sarebbe stata alcuna possibilit\u00e0 di contrarre altri impegni. Inoltre il sindaco afferm\u00f2 che, a suo giudizio, la vecchia chiesa parrocchiale era ancora perfettamente in grado di soddisfare tutte le esigenze del culto e, comunque, avrebbe potuto essere sostituita dall\u2019oratorio di san Francesco. L\u2019assessore Isacco, a sostegno della tesi del sindaco, aggiunse anche ragioni di \u201c<em>sicurezza pubblica<\/em>\u201d, dal momento che il paese si doveva \u201c<em>spopolare ogni festa per recarsi alla parrocchiale lontana circa un miglio<\/em>\u201d e si dichiar\u00f2 pronto a offrire personalmente una \u201c<em>messa festiva<\/em>\u201d per impedire tale esodo.[xxx]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Uguale esito ebbe la discussione nel consiglio comunale di Merone: visto che Moiana, \u201c<em>quale maggior interessato<\/em>\u201d, aveva declinato, \u201c<em>per ristrettezze economiche<\/em>\u201d, l\u2019invito del parroco, non c\u2019era motivo perch\u00e9 Merone si comportasse diversamente. Cos\u00ec la cosa fu lasciata a tacere per tre anni. Solo nell\u2019ottobre del 1887, infatti, se ne riparl\u00f2 e questa volta i consigli comunali, con parole di apprezzamento per l\u2019operato del parroco, deliberarono il loro contributo: 3.000 lire Merone, 1.500 lire Moiana; ma la risposta era ben lontana dal soddisfare il bisogno. Il 15 novembre dello stesso anno il pretore di Erba scrisse al sindaco di Moiana, chiedendo informazioni sulla chiesa in costruzione e sulla disponibilit\u00e0 finanziaria della parrocchia. Era successo che la fabbriceria aveva inoltrato una richiesta di contributo al governo, dal momento che i sussidi comunali si erano rivelati inadeguati. E\u2019 significativo che il sindaco per stilare la sua risposta si sia rivolto a don Moranzoni, riportando fedelmente le indicazioni fornite dal sacerdote.[xxxi]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Intanto il parroco, l\u2019anno precedente, incoraggiato dall\u2019arcivescovo di Milano mons. Calabiana, aveva rivolto un appello alla popolazione, ribadendo il suo proposito di portare a termine in ogni modo la costruzione della chiesa. Da una lettera di ringraziamento, indirizzata all\u2019arcivescovo nel novembre del 1886, si apprende che l\u2019appello del parroco era andato a segno: alcune famiglie della parrocchia gli avevano consegnato in una sola giornata pi\u00f9 di 7.000 lire e tutta la popolazione, specialmente \u201c<em>l\u2019operaia<\/em>\u201d, si era impegnata a versare un contributo mensile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Finalmente i lavori potevano essere ripresi. Stipulati i contratti con i capimastri Frigerio Lazzaro di Orsenigo e Pozzoli di Lurago, ci si rimise all\u2019opera. I lavori si conclusero nel 1888. Il 12 ottobre dello stesso anno avvenne la consacrazione della chiesa alla presenza di mons. Calabiana e con l\u2019intervento di mons. Moscaretti, vescovo di Zama. Fu allora che l\u2019arcivescovo di Milano, giunto sulla soglia della chiesa che vedeva per la prima volta, meravigliato della sua grandezza e al corrente di tutti i sacrifici che la sua costruzione aveva comportato, esclam\u00f2: \u201c<em>Ecco la chiesa del miracolo<\/em>!\u201d.[xxxii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">I postumi della vicenda furono ancora di ordine finanziario: don Moranzoni cerc\u00f2 di ottenere dal comune di Moiana l\u2019integrazione di 1.500 lire per adeguare il contributo a quanto deliberato da Merone, ma inutilmente; la risposta del sindaco in data 1897 fu recisa e toglieva ogni speranza di poter ottenere un qualche contributo prima del 1900.[xxxiii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Anche la nuova chiesa parrocchiale fu dedicata ai santi apostoli Giacomo e Filippo e come compatrono le fu assegnato san Carlo Borromeo, il santo di cui don Moranzoni, che con tanta perseveranza l\u2019aveva voluta, portava il nome. La vecchia chiesa della Ferrera dovette cederle le proprie suppellettili sacre, in particolare l\u2019altare, ma in tal modo essa divent\u00f2 inutilizzabile per il culto. Si rendeva necessario, pertanto, pensare a una nuova destinazione. Nel 1891 fu dato incarico all\u2019ing. Vigan\u00f2 di redigere una stima dell\u2019immobile. Egli ipotizz\u00f2 di trasformarla in magazzino per deposito di materiali, vista l\u2019eccessiva vicinanza al cimitero, anche se non sarebbe stato impensabile un uso abitativo, grazie alla situazione favorevole dei venti che soffiavano dal lago di Pusiano.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Dalla relazione dell\u2019ingegnere, comunque, si viene a sapere che il piazzale antistante la chiesa era in parte ricoperto con selciato, in parte destinato a \u201c<em>prato ammoronato<\/em>\u201d con ventitre gelsi \u201c<em>in buono stato di vegetazione<\/em>\u201d, e che nel complesso l\u2019intero fabbricato, eccetto alcuni pavimenti, era ben conservato. La chiesa aveva tre cappelle laterali \u2013 \u00a0nella prima a destra era collocato il fonte battesimale \u2013 ed era dotata anche di organo; oltre alla sacrestia, vi era pure l\u2019abitazione del sacrestano e, rivolto \u201c<em>a mezzod\u00ec<\/em>\u201d, un \u201c<em>portichetto aperto<\/em>\u201d.[xxxiv]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019idea, per\u00f2, di dare alla chiesa una destinazione civile fu subito abbandonata e si pens\u00f2 di trasformarla in santuario dedicato alla Beata Vergine del Rosario di Pompei. Con tale titolo, infatti, fu registrata negli atti della visita pastorale effettuata dal cardinal Ferrari nel 1898. Era \u201c<em>chiesa sussidiaria<\/em>\u201d e disponeva di tre altari: \u201c<em>il primo privilegiato<\/em>\u201d della Beata Vergine del Rosario, il secondo dedicato \u201c<em>al Santo Crocifisso<\/em>\u201d, il terzo \u201c<em>a San Giuseppe<\/em>\u201d; l\u2019organo era diventato inservibile e non vi erano dipinti. La chiesa godeva dei \u201c<em>privilegi speciali della Compagnia del Rosario<\/em>\u201d.[xxxv]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La visita del cardinal Ferrari forn\u00ec anche altre notizie interessanti sulla vita della comunit\u00e0 parrocchiale. Gli abitanti erano diventati 1.251, di cui 341 inferiori ai dieci anni; ben novanta erano i cresimandi d\u2019et\u00e0 superiore ai sei anni; dieci uomini e tre donne non avevano soddisfatto il precetto pasquale. Don Moranzoni, nella sua relazione all\u2019arcivescovo, cos\u00ec scrisse: \u201c<em>I costumi del popolo sono buoni, anche se purtroppo vi \u00e8 indifferenza per la religione; si tengono rarissime volte balli, mai spettacoli scandalosi. Non vi sono societ\u00e0 anticattoliche, n\u00e9 vi sono stati tenuti discorsi antireligiosi, circolano giornali cattivi, libri \u00e8 un caso raro<\/em>\u2026\u201d Assicurava che pochi erano gli emigrati dalla parrocchia, segno che il lavoro in paese non mancava. C\u2019era \u201c<em>frequenza al Vangelo<\/em>\u201d, \u201c<em>poca alla Dottrina<\/em>\u201d; si lamentava che gli uomini si accostassero raramente ai sacramenti, ma era soddisfatto che fosse praticato \u201c<em>con fervore<\/em>\u201d il \u201c<em>mese di Maggio<\/em>\u201d con la recita del rosario. Tutte le feste si teneva la scuola della dottrina cristiana, divisa per classi, ma la frequenza era scarsa: vi erano buone maestre di dottrina per le donne, mentre non c\u2019erano maestri per gli uomini. Ogni domenica \u2013 d\u2019inverno alle ore nove, d\u2019estate alle otto \u2013 il parroco o il coadiutore \u201c<em>spiegava il vangelo<\/em>\u201d, ma non si predicava \u201c<em>n\u00e9 l\u2019Avvento, n\u00e9 la Quaresima<\/em>\u201d a causa della dispersione del paese in frazioni e del lavoro negli opifici. Ogni terza domenica del mese si svolgeva la processione del Santissimo Sacramento. Il parroco non aveva difficolt\u00e0 ad assistere gli ammalati. I matrimoni si celebravano sempre in chiesa, al mattino, ed erano poi seguiti \u201c<em>dall\u2019atto civile<\/em>\u201d; gli sposi si confessavano e comunicavano e si impartiva alle puerpere la benedizione di rito. Erano celebrate con solennit\u00e0 le feste dei santi patroni e della dedicazione della chiesa, ma soprattutto la festa della Madonna del Rosario e di san Francesco. Infine don Moranzoni assicurava che nell\u2019ultimo quinquennio non vi erano stati funerali civili e auspicava che fosse impedita \u201c<em>l\u2019apertura delle osterie durante le funzioni religiose<\/em>\u201d.[xxxvi]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1907 il cardinal Ferrari fu di nuovo a Merone e a proposito del \u201c<em>santuario di Pompei<\/em>\u201d conferm\u00f2 quanto detto nella visita precedente; aggiunse solo che vi si celebravano \u201c<em>i quindici Sabati<\/em>\u201d in preparazione alla festa della Madonna del Rosario. Nel 1923 fu collocata in chiesa la via crucis, opera di \u201c<em>frate Achille dei Cappuccini<\/em>\u201d e \u201c<em>donata dalle donne di Stallo<\/em>\u201d: il cardinal Tosi la dot\u00f2 di indulgenze. Nel 1934, \u201c<em>a chiusura e ricordo dell\u2019anno santo<\/em>\u201d, don Mario Caldirola, parroco dal 1932 al 1960, fece collocare sulla colonna antistante la chiesa una \u201c<em>artistica croce in ferro<\/em>\u201d, avuta in dono dal parroco di Inverigo, di cui era stato a lungo coadiutore, opera del \u201c<em>fabbro Villa<\/em>\u201d di Santa Maria. Nell\u2019occasione furono benedetti e distribuiti alle famiglie \u201c<em>pi\u00f9 di duecento crocifissi<\/em>\u201d.[xxxvii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Poi fu il momento dei restauri: era gi\u00e0 intervenuto don Giovan Battista Riva, parroco di Merone dal 1913 al 1920. Nel 1937, per\u00f2, la situazione si present\u00f2 di nuovo seria: il tetto era completamente da rifare. Fu in questa occasione che la struttura dell\u2019edificio fu portata tutta allo stesso livello, eliminando il lucernario nella cappella di san Giuseppe e rialzando anche il piccolo campanile. Fu decorato pure l\u2019interno della chiesa ad opera del parrocchiano Ugo Riccardi: le pitture, invece, erano gi\u00e0 state eseguite da don Mario Tantardini di Arcellasco, che aveva operato in parrocchia come coadiutore dal 1912 al 1925, prima di passare alla Scuola Beato Angelico di Milano. La decorazione riusc\u00ec di \u201c<em>comune soddisfazione<\/em>\u201d.[xxxviii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0Nel 1945 il cardinal Schuster, in visita pastorale, non trov\u00f2 confacente la luce elettrica sull\u2019altare del santuario, perch\u00e9 non \u201c<em>compresa fra la suppellettile liturgica<\/em>\u201d: molto meglio la semplice candela. Schuster ritorn\u00f2 pi\u00f9 volte a Merone ed ebbe modo di apprezzare le virt\u00f9 di don Caldirola, che defin\u00ec un \u201c<em>ottimo parroco<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Un altro importante intervento di restauro fu effettuato nel 1974, mentre era parroco don Rosolindo Milani. I lavori consistettero principalmente nel rifacimento dei pavimenti e dell\u2019intonaco esterno, nell\u2019ampliamento della sacrestia, nel restauro dei dipinti e delle decorazioni e nella formazione di una nuova torretta campanaria su cui collocare le due campane gi\u00e0 esistenti. Intanto l\u2019antica cappella del fonte battesimale era stata sostituita, non si sa quando, da quella di san Rocco.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019ultimo restauro fu intrapreso nel 1999 da don Luigi Vergani. Sotto la direzione dell\u2019arch. Carlo Ripamonti si provvide al rifacimento dell\u2019intera copertura, compresa la ristrutturazione delle capriate, alla rimozione dell\u2019intonacatura per il recupero dello stato originario delle facciate e alla sistemazione dell\u2019area circostante il santuario. Particolare fu il modo con cui i lavori furono sovvenzionati: oltre alle offerte libere, fu promosso il coinvolgimento della popolazione con l\u2019acquisto \u201c<em>simbolico<\/em>\u201d di tegole per il tetto e di formelle per il soffitto interno della chiesa.[xxxix]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">E la nuova chiesa parrocchiale? A lungo rest\u00f2 nella memoria della gente la festa per la sua consacrazione il 12 ottobre 1888: \u201c\u2026 <em>festa simile per entusiasmo e per concorso di popolo n\u00e9 si vide n\u00e9 mai forse si vedr\u00e0<\/em>\u201d.[xl] Negli anni successivi il parroco Moranzoni provvide alla sua decorazione, affidandola al pittore Begh\u00e9 di Saronno, che realizz\u00f2 anche le pitture \u00a0della volta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Non \u00e8 dato sapere con precisione il costo complessivo dell\u2019intero edificio. Nella relazione di collaudo dell\u2019ing. Sironi la spesa della pura costruzione ammontava a 70.110 lire e 60 centesimi. Se si aggiungono, per\u00f2, le spese di decorazione, di pittura, di pavimentazione e delle necessarie suppellettili sacre non \u00e8 esagerato pensare che la cifra si sia potuta avvicinare alle centomila lire: una somma impressionante per una parrocchia di 1.300 anime, con una popolazione \u201c<em>per la maggior parte operaia ed agricola<\/em>\u201d. Certamente fu grande la generosit\u00e0 dei parrocchiani, che offrirono gratuitamente tutta la manodopera possibile, organizzarono pesche di beneficenza, ma anche destinarono alla chiesa intere giornate di lavoro: ad esempio si lavor\u00f2 il 1\u00b0 maggio, festa patronale, che diversamente sarebbe risultata giornata di riposo. Cos\u00ec nel 1905 la festa fu sospesa e tutti lavorarono \u201c<em>per le nuove campane<\/em>\u201d: la giornata frutt\u00f2 800 lire. La cosa si ripet\u00e9 nel 1925: la festa fu trasferita alla domenica successiva e il 1\u00b0 maggio si lavor\u00f2 \u201c<em>per l\u2019acquisto dei paramenti sacri<\/em>\u201d, che erano stati rubati. Nel 1931 la messa solenne e le funzioni dei vesperi si celebrarono al mattino presto e alla sera tardi, per dar modo a tutti di lavorare \u201c<em>offrendo il guadagno per le spese della facciata della chiesa<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1902 don Moranzoni avrebbe festeggiato i venticinque anni di permanenza in parrocchia e nutr\u00ec il progetto di solennizzare la ricorrenza con la realizzazione di altre due opere: la costruzione del campanile e il concerto di campane. I lavori per la costruzione del campanile furono affidati al capomastro Pozzoli di Lurago, che li inizi\u00f2 nell\u2019aprile del 1901. Prima per\u00f2 che i lavori potessero essere ultimati e a un mese dalla sua festa giubilare, il parroco mor\u00ec a Milano il 12 maggio 1902 in una casa di cura, dove era stato necessario ricoverarlo. La sua salma fu trasportata a Merone e accompagnata al cimitero con grande \u201c<em>riverenza e venerazione<\/em>\u201d da tutta la popolazione, che, come gi\u00e0 il parroco aveva fatto a favore dei principali benefattori, volle perpetuarne la memoria con una lapide speciale, posta in chiesa.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A don Moranzoni succedette il parroco don Rodolfo Ratti, che complet\u00f2 le opere iniziate dal suo predecessore. Per prima cosa mise mano al concerto delle campane, istituendo un\u2019apposita commissione che ne seguisse i lavori. Le campane furono fuse a Milano dalla ditta Barigozzi il 12 agosto 1905 e vennero trasportate in parrocchia il 24 agosto: le accompagn\u00f2 tutto il popolo in festa con un corteo che aveva \u201c<em>un po\u2019 del carnevalesco<\/em>\u201d senza essere, per\u00f2, \u201c<em>disdicevole<\/em>\u201d. Erano cinque campane dal peso complessivo di settanta quintali: il \u201c<em>campanone<\/em>\u201d recava inciso, oltre alle immagini del Crocifisso, della Madonna del Rosario, dei quattro evangelisti, la scritta latina: \u201c<em>Laudo Deum verum, congrego plebem<\/em>\u201d; la \u201c<em>quarta<\/em>\u201d campana la scritta: \u201c<em>Laudo Deum verum, congrego clerum<\/em>\u201d. Il 25 agosto le campane furono solennemente consacrate e nei giorni successivi innalzate al loro posto sul campanile. La sera del 16 settembre mandarono i loro primi rintocchi e la sensazione tra la gente fu enorme: \u201c<em>un effettone<\/em>!\u201d, scrisse don Ratti.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Alla consacrazione delle campane assistette anche il cugino del parroco, don Achille Ratti, che in seguito sarebbe diventato, prima, prefetto della Biblioteca Ambrosiana e della Biblioteca Vaticana, poi arcivescovo di Milano e infine, il 6 febbraio 1922, papa con il nome di Pio XI. Achille Ratti, negli anni del suo primo soggiorno milanese, veniva frequentemente a Merone, ospite del cugino nella casa parrocchiale, dove trovava sempre preparata la sua stanza, detta dai famigliari \u201c<em>la stanza di don Achille<\/em>\u201d. Al mattino, con il primo treno, ritornava in citt\u00e0 per la celebrazione della messa. Il 7 luglio 1933 papa Pio XI ebbe occasione di ricordare la sua presenza alla cerimonia della consacrazione delle campane, quando ricevette in \u201c<em>una saletta speciale<\/em>\u201d, assieme ad alcuni sacerdoti tedeschi, una piccola comitiva di parrocchiani meronesi, che si era recata a Roma per il giubileo. Sentito il paese di provenienza, il papa esclam\u00f2: \u201c<em>Oh, Moiana!&#8230; Suonano ancora bene le vostre campane? Eravamo presenti anche Noi alla loro consacrazione<\/em>\u2026\u201d.[xli]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il concerto si rivel\u00f2 subito uno dei migliori della zona. Purtroppo nel 1942, durante la campagna di requisizione del bronzo, la \u201c<em>quarta<\/em>\u201d campana e il \u201c<em>campanone<\/em>\u201d dovettero essere consegnati. La campana fu restituita intatta, dietro pagamento, l\u2019anno successivo; il campanone, invece, \u201c<em>fracassato<\/em>\u201d dopo l\u2019armistizio dell\u20198 settembre, non pot\u00e9 essere reso: bisogn\u00f2 pagare un quantitativo equivalente di bronzo e fonderlo di nuovo. Passarono cos\u00ec degli anni e il concerto venne ricostituito solo nel 1947. Il 30 aprile il campanone pot\u00e9 suonare \u201c<em>a distesa<\/em>\u201d: un \u201c<em>brivido di commozione<\/em>\u201d invase tutti.[xlii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1913 don Rodolfo Ratti, nominato prevosto di Asso, lasci\u00f2 il posto a don Giovan Battista Riva. Il nome di questo parroco \u00e8 legato alla \u201c<em>carit\u00e0 generosa<\/em>\u201d con cui assistette la popolazione durante \u201c<em>l\u2019epidemia della spagnola<\/em>\u201d e al sostegno che diede ai soldati e alle loro famiglie durante la \u201c<em>grande guerra<\/em>\u201d. Proprio durante il periodo bellico edific\u00f2 l\u2019oratorio maschile per l\u2019educazione dei ragazzi, a cui dedic\u00f2 grandi cure assieme al suo coadiutore don Mario Tantardini. In quegli anni fu fondata in oratorio la \u201c<em>Unione Giovani Cattolici Benedetto XV<\/em>\u201d e anche una \u201c<em>Compagnia Filodrammatica<\/em>\u201d, diretta dal Tantardini, che ne attrezz\u00f2 e decor\u00f2 il palcoscenico. Nel 1920, per\u00f2, don Riva fu ricoverato d\u2019urgenza all\u2019Ospedale Maggiore di Milano e l\u00ec mor\u00ec in seguito a un\u2019operazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Gli subentr\u00f2 nel 1921 don Erminio Casati. Con lui ripresero i lavori per la sistemazione definitiva della chiesa parrocchiale. La sua prima opera fu la costruzione dell\u2019organo, realizzato dalla ditta Maroni Giorgio di Varese e inaugurato il 1\u00b0 maggio 1926 in occasione della festa patronale. Il disegno complessivo era stato predisposto da Tantardini, mentre la cassa in legno fu confezionata dalla ditta Sala Luca di Moiana. Nel 1949 si rese necessario un intervento di riparazione e di pulitura generale; in tale occasione l\u2019incaricato dei lavori, Giovanni Bianchi di Casciago, che, a detta di don Caldirola, in dieci giorni aveva compiuto \u201c<em>un\u2019opera veramente lodevole per intelligenza e assiduit\u00e0<\/em>\u201d, lo giudic\u00f2 \u201c<em>un ottimo strumento<\/em>\u201d. \u00a0\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nell\u2019aprile del 1931 iniziarono i lavori per la realizzazione della facciata della chiesa. Il disegno, molto lineare ma non privo di una classica eleganza, fu predisposto dalla Scuola Beato Angelico di Milano. L\u2019inaugurazione avvenne il 29 agosto e per l\u2019occasione fu illuminato \u201c<em>con luci elettriche\u201d <\/em>il campanile. Nel 1943 don Mario Tantardini dipinse la lunetta sopra il portale del pronao: nel progetto primitivo si sarebbero dovuti raffigurare i santi patroni; fu invece realizzato il \u201c<em>buon Pastore<\/em>\u201d, dipinto che piacque \u201c<em>assai a tutti<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1932 don Casati divenne prevosto di Erba e a Merone fu inviato don Mario Caldirola: nativo di Besana Brianza, era gi\u00e0 stato coadiutore a Monguzzo fino al 1918 e poi a Inverigo. Nell\u2019intraprendere la sua attivit\u00e0 di parroco, don Mario rivolse un\u2019attenzione particolare alla chiesa: riteneva infatti necessario completarne la decorazione interna, ma soprattutto voleva dotarla di un altare pi\u00f9 grande. Le cose, per\u00f2, andarono diversamente, come puntualmente documentato dalle sue annotazioni nel \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1936 restaur\u00f2 la cappella del fonte battesimale. La volle conservare nella sua forma originale: al centro, posta su un basamento di marmo, la \u201c<em>vasca<\/em>\u201d battesimale, che, ripulita e lucidata, in mancanza di ciborio ricopr\u00ec con un conopeo bianco; al pittore C. Gadda della Scuola Beato Angelico di Milano affid\u00f2 l\u2019affresco del \u201c<em>Battesimo di Ges\u00f9 al Giordano<\/em>\u201d, secondo i canoni iconografici suggeriti dallo stesso san Carlo: il lavoro risult\u00f2 ben\u201c<em>studiato<\/em>\u201d, ma, a giudizio del parroco, inadeguato nella \u201c<em>espressione<\/em>\u201d; infine fece rimettere a nuovo la piccola cancellata, perch\u00e9, delimitando l\u2019accesso alla cappella, ne sottolineasse la sacralit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1939, in occasione della festa patronale del 1\u00b0 maggio, cominci\u00f2 \u201c<em>a battere le ore<\/em>\u201d il nuovo orologio collocato sul campanile a spese dell\u2019amministrazione comunale: un \u201c<em>ottimo servizio<\/em>\u201d per la comunit\u00e0. In settembre, invece, ebbe luogo la benedizione della Via Crucis offerta da alcune famiglie della parrocchia. Fu dipinta dal pittore Briani e dall\u2019Istituto degli Artigianelli di Monza. Le croci, poste sopra i singoli quadri, furono inviate da Gerusalemme.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La guerra, con il suo innumerevole carico di sofferenze, impose necessariamente la sospensione di ogni lavoro: le condizioni materiali della popolazione non consentivano certo l\u2019assunzione di impegni economici e, inoltre, le attenzioni del parroco erano rivolte ad altri pi\u00f9 ben gravi problemi della comunit\u00e0.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il dopoguerra a Merone inizi\u00f2 con un atto di devozione alla Madonna: il 30 settembre 1945, infatti, la statua della Vergine fu portata per tutte le strade del paese accompagnata dalla musica, dai canti e dalle preghiere di ringraziamento della popolazione. A Merone fece tappa anche la \u201c<em>Madonna Pellegrina<\/em>\u201d, che dal 1946 al 1951 attravers\u00f2 tutta l\u2019Italia. Vi giunse dalla parrocchia di San Maurizio di Erba la sera del 20 settembre 1947: fu accolta presso il casello ferroviario di Pontenuovo, alle 22.30, e fu accompagnata in processione, \u201c<em>con le fiaccole accese<\/em>\u201d, a Moiana; ritornati sulla strada provinciale, a Betlemme, si svolse la cerimonia di consegna alla parrocchia di Suello. Doveva essere soprattutto un momento \u201c<em>penitenziale<\/em>\u201d \u2013 scrisse il parroco \u2013 invece, per non \u201c<em>restare al di sotto degli altri paesi<\/em>\u201d, la gente, nonostante le raccomandazioni, esager\u00f2 in \u201c<em>luminarie ed apparati esterni<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Con la ripresa economica del dopoguerra il pensiero del parroco ritorn\u00f2 alla chiesa. Il progetto che maggiormente gli stava a cuore era la realizzazione di un nuovo altare: quello esistente, infatti, sembrava a tutti troppo piccolo e poco adatto alla grandiosit\u00e0 dell\u2019edificio. La pratica, per\u00f2, ebbe inizio solo nel 1957. Ne fu incaricato lo scultore Angelo Casati di Inverigo, che, dopo un sopralluogo, appront\u00f2 due progetti: il primo pi\u00f9 lineare, l\u2019altro \u201c<em>pi\u00f9 ricco<\/em>\u201d, abbellito da un tempietto centrale. Il 3 marzo 1958 i due disegni furono esposti in chiesa all\u2019attenzione della popolazione, che scelse il secondo, ma la Commissione di Arte Sacra non l\u2019approv\u00f2 proprio perch\u00e9 il tempietto, che tanto piaceva, era \u201c<em>troppo moderno<\/em>\u201d, in contrasto con le caratteristiche della chiesa.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Pertanto furono richieste modifiche. Ma il 12 settembre ecco il colpo di scena. Il presidente della Sovrintendenza ai monumenti di Milano, accompagnato da mons. Villa della Commissione d\u2019Arte Sacra, visit\u00f2 la chiesa e decret\u00f2 che il suo altare era antico e, come tale, non si sarebbe dovuto sostituire con nessun altro. \u201c<em>Pazienza<\/em>!\u201d, scrisse il parroco e il progetto fu messo da parte. Gli fu consentito solo di porre ai margini dell\u2019altare le sculture in legno dorato di due angeli, che commission\u00f2 allo scultore Capuccini di Erba. Vi furono collocate il 2 settembre 1960, ma don Caldirola non ebbe la soddisfazione di vederle: era morto il 12 agosto di quello stesso anno.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">E le decorazioni? Ne fu incaricato il pittore Cornali di Bergamo, che affresc\u00f2 sei grandi scene ispirate al vangelo: quattro sulle pareti della navata e due in presbiterio. Fu l\u2019ultima opera che il parroco pot\u00e9 seguire. I lavori furono conclusi, infatti, una settimana prima della sua morte.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Dovettero passare pi\u00f9 di vent\u2019anni perch\u00e9 il sogno di don Caldirola potesse essere realizzato. L\u2019occasione fu la celebrazione del primo centenario dell\u2019edificazione della chiesa. I lavori preparatori iniziarono dieci anni prima, nel 1978, con il rifacimento completo del tetto e delle facciate laterali. Solo da un anno era diventato parroco don Attilio Meroni, subentrato a don Rosolindo Milani, ideatore della \u201c<em>casa della giovane<\/em>\u201d, iniziata nel 1965 e completata\u00a0 con l\u2019aggiunta di un piano rialzato nel 1970.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1988 don Meroni, che fu veramente \u201c<em>il parroco del centenario<\/em>\u201d, rimise a nuovo la \u201c<em>chiesa del miracolo<\/em>\u201d. Fu effettuato il restauro della decorazione della volta e delle pareti, fu realizzato un nuovo impianto di illuminazione e rifatta la sacrestia, ma soprattutto fu studiata una sistemazione organica del presbiterio per adeguarlo alle richieste della riforma liturgica, scaturita dal Concilio Ecumenico Vaticano II, che aveva reintrodotto la celebrazione rivolta verso i fedeli secondo l\u2019antico uso della chiesa primitiva.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Lo studio fu affidato alla Scuola Beato Angelico di Milano. La prima proposta fu di riportare il vecchio altare nella sede originaria della chiesetta di Pompei, da dove era stato prelevato, ricomponendolo nelle sue parti autentiche. La Commissione Diocesana d\u2019Arte Sacra, per\u00f2, non accord\u00f2 il permesso e volle mantenere in sede l\u2019antica struttura: privata della mensa, sarebbe servita come trono eucaristico per la conservazione del Santissimo Sacramento. Anche il pulpito fu conservato al suo posto, nonostante avesse ormai perso ogni funzione pratica.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nuovo fu, invece, il progetto che ridisegn\u00f2 gli altri elementi essenziali del presbiterio, tutti realizzati in marmo di Roano: dapprima l\u2019altare, in un unico grande blocco, con la scultura in primo piano dell\u2019Agnello, come appare nella visione dell\u2019Apocalisse di san Giovanni; poi l\u2019ambone su cui sono effigiati i santi protettori Giacomo e Filippo; infine, in posizione simmetrica, i tre seggi gerarchicamente disposti secondo la tradizione ambrosiana.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A completamento dei lavori vennero realizzate anche le nuove vetrate della chiesa. In stile moderno, con elementi chiaramente simbolici, sono sviluppati, in un gioco di linee curve e spezzate e in diverse tonalit\u00e0 di colore, i temi fondamentali della vita di Ges\u00f9: nella cappella della Madonna le due vetrate raffigurano l\u2019annunciazione e la nascita del Redentore; nella cappella di san Giuseppe \u00e8 messo in rilievo il tema della discesa dello Spirito Santo con il battesimo di Ges\u00f9 e la pentecoste; le vetrate del presbiterio richiamano il momento culminante della redenzione con la morte e la resurrezione del Salvatore; infine nella lunetta sopra l\u2019ingresso principale \u00e8 rappresentata la Gerusalemme celeste.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Grandiosa fu la cerimonia della consacrazione del nuovo altare, presieduta dall\u2019arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, che rappresent\u00f2 il momento culminante delle celebrazioni del centenario. Caratteristica fu anche la messa in scena \u2013 \u00a0con la partecipazione del parroco, della compagnia teatrale \u201c<em>Il ponte<\/em>\u201d e della Schola cantorum \u2013 di una sacra rappresentazione, che consent\u00ec alla popolazione, presente numerosissima in chiesa, di conoscerne la storia: una storia antichissima, se la si ripercorre dalle origini, sviluppatasi nel nome dei santi apostoli Giacomo e Filippo, che ha unito intorno alla chiesa la comunit\u00e0 religiosa e civile.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong>La chiesa di santa Caterina<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Si trova a Merone ed era inserita, come cappella, nell\u2019antico palazzo Carpani. Non si conosce l\u2019epoca della sua costruzione ed esistono notizie contrastanti sulla sua dedicazione. Don Mario Caldirola nel \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d riferisce, senza per\u00f2 dichiarare la fonte della notizia, che \u201c<em>anticamente<\/em>\u201d era dedicata a San Carlo e che solo successivamente fu dedicata a santa Caterina da Siena; anche \u201c<em>La guida della diocesi di Milano<\/em>\u201d, che annualmente registra tutte le parrocchie ambrosiane con l\u2019indicazione precisa delle chiese esistenti sul territorio, a Merone colloca la \u201c<em>chiesa di S. Caterina da Siena (gi\u00e0 S. Carlo)<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">In realt\u00e0 la cappella negli atti delle visite pastorali, a partire da quella effettuata per ordine di san Carlo nel 1565, fu sempre citata come \u201c<em>chiesa di santa Caterina<\/em>\u201d. Il problema, piuttosto, riguarda l\u2019identificazione della santa. La convinzione che si tratti di santa Caterina da Siena \u00e8 abbastanza recente. Invece nei decreti della visita pastorale effettuata dal cardinal Visconti nel 1686 la chiesa risulta dedicata a santa Caterina vergine e martire.[xliii] Dunque non santa Caterina da Siena, ma santa Caterina d\u2019Alessandria, la giovane che nel 304 sub\u00ec coraggiosamente il martirio in quella citt\u00e0 per difendere la propria fede cristiana. Una tale dedicazione \u00e8 pi\u00f9 corrispondente all\u2019antichit\u00e0 della chiesa e nello stesso tempo ne \u00e8, a sua volta, una testimonianza. Nell\u2019alto Medioevo santa Caterina d\u2019Alessandria, assieme a santa Eufemia, fu assunta a simbolo dell\u2019ortodossia e fu comunemente rappresentata con a fianco una ruota dentata, strumento del suo martirio, e con in mano il libro della sapienza. Celebre, ad esempio, in Brianza \u00e8 il dipinto attribuito a Marco d\u2019Oggiono che raffigura la Madonna con il Bambino in trono tra santa Eufemia e santa Caterina d\u2019Alessandria: il dipinto originariamente si trovava nell\u2019antica chiesa romanica di Oggiono, preesistente all\u2019attuale.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Dell\u2019esistenza di una chiesa a Merone rifer\u00ec anche Goffredo da Bussero nella seconda met\u00e0 del XIII secolo, ma la disse dedicata ai \u201c<em>Santi Angeli<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A pi\u00f9 riprese negli atti delle visite pastorali ritorn\u00f2 il problema dell\u2019ampliamento della chiesetta: infatti, pur essendo di \u201c<em>patronato privato<\/em>\u201d \u2013 apparteneva ai nobili proprietari del palazzo \u2013, accoglieva alle funzioni religiose anche gli abitanti del paese. Soprattutto nella visita pastorale del 1615 si insistette perch\u00e9 fosse dotata di sacrestia, di una torretta campanaria e dell\u2019abitazione per il cappellano: egli aveva l\u2019obbligo di celebrare ogni domenica \u2013 ma anche due volte la settimana durante i giorni feriali \u2013 la messa e di tenere la scuola festiva della dottrina cristiana.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La chiesa possiede \u201c<em>una preziosa pala d\u2019altare<\/em>\u201d, che raffigura \u201c<em>la Vergine<\/em><em> con il Bambino, San Giovanni e gli Angeli<\/em>\u201d. Sulla parete di sinistra si trova un\u2019altra tela \u201c<em>di squisita fattura<\/em>\u201d rappresentante \u201c<em>l\u2019Addolorata con il Cristo Morto<\/em>\u201d.[xliv] A tale proposito don Caldirola annot\u00f2 nel \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d che a Merone si celebrava solennemente \u201c<em>la festa della Madonna dei sette dolori<\/em>\u201d, solennit\u00e0 poi caduta in disuso.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">La chiesa sub\u00ec vari restauri e sopravvisse alla vendita del palazzo ai privati: ora \u00e8 di propriet\u00e0 parrocchiale e negli ultimi decenni del secolo scorso fu ampliata con l\u2019annessione di un locale adiacente.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Per secoli a officiare le sacre funzioni, come era tradizione della nobilt\u00e0, fu il cappellano di famiglia. L\u2019ultimo fu don Pietro Orsenigo. Ordinato sacerdote nel 1888, giunse a Merone nel 1901, come cappellano dei marchesi Monticelli Orbizzi, e vi rimase fino alla morte nel 1944. Di lui lasci\u00f2 un affettuoso ritratto don Caldirola, a cui don Pietro prest\u00f2 con generosit\u00e0 il proprio aiuto, dopo che la parrocchia di Moiana-Merone era rimasta senza coadiutore. Anzi si pu\u00f2 dire che fosse diventato il coadiutore di tutta la zona: \u201c<em>Don Pietro c\u2019era sempre e dappertutto: non diceva mai di no<\/em>\u201d.[xlv]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Fu uomo di buon carattere: \u201c<em>Amato e apprezzato da tutti, pio, semplice, bonario, godeva la simpatia generale<\/em>\u201d. Infaticabile camminatore, girava sempre a piedi. Non predic\u00f2 mai, ma la sua vita fu \u201c<em>una predica di buon esempio<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1938 Merone ne celebr\u00f2 il cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale: il 19 marzo nella cappella di santa Caterina; il 18 aprile in chiesa parrocchiale, dove giunse accompagnato in corteo da cavalieri in costume e dalla banda di Rogeno. Come padrino gli fu assegnata la persona pi\u00f9 anziana del paese.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nel 1944, in seguito \u201c<em>a fatiche troppo superiori alla sua et\u00e0<\/em>\u201d, la sua salute sub\u00ec un grave colpo \u2013 \u201c<em>ebbe il cuore fortemente scosso<\/em>\u201d \u2013 e, in breve tempo, a causa del sopraggiungere di complicazioni, fu costretto a letto in fin di vita. Assistito dal parroco, che gli impart\u00ec anche la benedizione papale, ricevuti i sacramenti, spir\u00f2 nella notte del 17 aprile. La sua morte giunse inaspettata e suscit\u00f2 \u201c<em>il pi\u00f9 vivo rimpianto<\/em>\u201d in tutti, ma fu \u201c<em>la morte placida e serena del giusto<\/em>\u201d<em>. <\/em>Don Caldirola assicur\u00f2 che \u201c<em>fino all\u2019ultimo comprese quanto gli si suggeriva, pur non potendo parlare<\/em>\u201d. \u00a0I funerali furono celebrati il 20 aprile, partendo dalla cappella di Merone. \u201c<em>Riuscirono davvero imponenti<\/em>\u201d: vi partecip\u00f2 tutta la popolazione della parrocchia, ma anche numerosi fedeli e sacerdoti dei paesi vicini, riconoscenti al \u201c<em>cappellano<\/em>\u201d che tanto li aveva aiutati.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Dopo la morte di don Orsenigo il commendator Miroglio, diventato nel frattempo il \u201c<em>nuovo proprietario di Merone<\/em>\u201d, non concesse pi\u00f9 i locali per l\u2019abitazione del cappellano. Inutilmente il parroco cerc\u00f2 di rivendicarne il diritto, adducendo il fatto che alla cappella era annessa \u201c<em>la cura d\u2019anime<\/em>\u201d. Non furono reperiti documenti a sostegno della tesi, anzi Miroglio present\u00f2 un contratto d\u2019affitto del 1942 con il quale interrompeva la concessione in atto. Al parroco non rest\u00f2 che levare il Santissimo Sacramento dalla cappella, nonostante la promessa del commendatore di \u201c<em>istituire una S. Messa festiva per proprio conto<\/em>\u201d.[xlvi]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong>La chiesa di san Francesco<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Si trova a Moiana e la sua costruzione risale al XVII secolo. A quell\u2019epoca la chiesa parrocchiale era quella di \u201c<em>San Giacomo della Ferrera<\/em>\u201d, molto piccola e lontana dall\u2019abitato. Quando San Carlo nel 1574 la visit\u00f2, la trov\u00f2 inadeguata e del tutto insufficiente a soddisfare le esigenze della popolazione; soprattutto giudic\u00f2 eccessiva la distanza che la separava dalla comunit\u00e0 di Moiana, cosa che rendeva difficoltosa la somministrazione dei sacramenti agli infermi. Anzi capit\u00f2 che \u201c<em>molti infermi<\/em>\u201d fossero morti \u201c<em>senza comunicarsi<\/em>\u201d, perch\u00e9 il sacerdote non era potuto \u201c<em>arrivar a tempo\u2026 con il S.mo Sacramento<\/em>\u201d. Inoltre san Carlo sottoline\u00f2 anche le difficili condizioni ambientali, che spesso non consentivano un decoroso trasporto del \u201c<em>viatico<\/em>\u201d: infatti i venti, che sempre soffiavano dal lago, spegnevano abitualmente le candele degli accompagnatori, \u201c<em>il che rendeva irreverenza al S.mo Sacramento<\/em>\u201d. \u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Per questi motivi il Borromeo esort\u00f2 la popolazione di Moiana a edificare una propria chiesa, indicando anche il luogo pi\u00f9 idoneo per la sua costruzione.[xlvii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">I lavori si protrassero a lungo. Durante la visita pastorale che Federico Borromeo fece alla parrocchia nel 1615 la chiesa era ancora in costruzione e il cardinale esort\u00f2 i signori Carpani \u2013 i signori di Moiana il cui palazzo sorgeva proprio dirimpetto alla chiesetta \u2013 e tutta la popolazione a ultimare al pi\u00f9 presto i lavori e a edificare anche l\u2019abitazione per il rettore. Solo nel 1828, per\u00f2, i lavori furono ultimati e la chiesa, di forma rettangolare, a un\u2019unica navata, con abside e sacrestia, pot\u00e9 essere aperta al culto.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">In origine fu dedicata alla Madonna. Mentre era in costruzione, nei documenti del 1615, \u00e8 citata sotto il titolo della \u201c<em>Assunzione della Beata Vergine Maria<\/em>\u201d; al momento della sua \u201c<em>benedizione<\/em>\u201d, nel 1628, sotto quello della \u201c<em>Annunciazione<\/em>\u201d. Solo nel 1686 gli atti della visita pastorale del cardinal Visconti la registrarono come \u201c<em>Oratorio di San Francesco<\/em>\u201d. In tema con queste vicende \u00e8 la pala dell\u2019altare \u2013 una tela del XVII secolo \u2013 che raffigura l\u2019Annunciazione della Madonna con san Francesco e sant\u2019Antonio da Padova inginocchiati in venerazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Negli atti della visita pastorale del 1752 si dice che alla sommit\u00e0 della chiesa si trovava la cappella in onore di san Francesco; con ogni probabilit\u00e0 era quella su cui la famiglia Ripamonti Carpani esercitava il patronato e alla quale erano annessi benefici per il mantenimento del cappellano. Il visitatore chiedeva che questa cappella fosse delimitata con una piccola inferriata. Per il resto i decreti non contenevano osservazioni di rilievo, segno che l\u2019edificio era in buono stato di conservazione.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Fu, invece, nella seconda met\u00e0 del XIX secolo che la situazione peggior\u00f2. La chiesa \u2013 non si sa a quale titolo ci\u00f2 fosse avvenuto \u2013 era considerata \u201c<em>oratorio comunale<\/em>\u201d. Un cattivo restauro, come ebbe a dire l\u2019ing. Tiberio Sironi a cui era stato affidato l\u2019incarico di ispezionare l\u2019edificio, l\u2019aveva reso pericolante: infatti, \u201c<em>per una mal intesa estetica<\/em>\u201d, erano stati tolti dei travetti di legno all\u2019intradosso degli archi che servivano a dare stabilit\u00e0 alla struttura. Cos\u00ec il consiglio comunale di Moiana nella seduta del 5 ottobre 1879 fu costretto a deliberare la chiusura provvisoria della chiesa, perch\u00e9 \u201c<em>minacciava rovina<\/em>\u201d. L\u2019amministrazione comunale, per\u00f2, non era in grado \u201c<em>di sostenere le spese di riparazione<\/em>\u201d. Si ricorse allora alle offerte private dei parrocchiani, che, comunque, non furono sufficienti a coprire l\u2019intero costo del restauro: mancavano \u201c<em>centotre lire<\/em>\u201d. Erano intanto trascorsi due anni e l\u2019ing. Sironi, lo stesso che era impegnato nella costruzione della nuova chiesa parrocchiale, aveva condotto a termine i lavori. Nella riunione consigliare del 25 settembre 1881, dopo che la sessione primaverile era risultata nulla per mancanza del numero legale, fu deliberata l\u2019assunzione del debito residuo a carico del comune e la chiesa venne riaperta al culto.[xlviii]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Un altro importante restauro avvenne circa cent\u2019anni dopo. Si inizi\u00f2 nel 1990 con il restauro della pala d\u2019altare, che si era gravemente deteriorata fino a risultare in pi\u00f9 parti illeggibile. Nel 1991, su sollecitazione del parroco don Attilio Meroni, fu costituito, in una pubblica assemblea tenuta in chiesa il 25 gennaio, un comitato che si assunse il compito di ottenere le dovute autorizzazioni, anche da parte dell\u2019Intendenza delle Belle Arti, di raccogliere i fondi necessari e di promuovere tutte le iniziative utili a sensibilizzare la popolazione. Fu in questo contesto che nello stesso anno rinacque la festa di san Francesco, arricchita con l\u2019esposizione \u201c<em>Attraverso i cortili di Moiana: vita di paese<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">I lavori furono eseguiti nel 1992. Si tratt\u00f2 di consolidare la struttura verticale dell\u2019edificio, del rifacimento degli intonaci esterni, della sostituzione dei serramenti e dell\u2019intera copertura. Nel 1997, mentre era parroco don Luigi Vergani, fu ristrutturato anche il presbiterio, con la rimozione del vecchio altare, e il restauro delle decorazioni della volta.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Varie furono le forme di finanziamento: le offerte libere, i contributi pubblici e privati, ma soprattutto la sottoscrizione da parte delle famiglie di un impegno per contribuire, in un\u2019unica soluzione o con versamento mensile, al restauro di uno o pi\u00f9 metri quadrati di tetto. La risposta fu veramente generosa e consent\u00ec di condurre a termine tutti i lavori programmati.[xlix]<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nella chiesetta di san Francesco ha operato, a partire dal 1990, il pittore madonnaro Andrea Mariano Bottoli di Brescia.[l] Sono suoi i due grandi dipinti alle pareti raffiguranti la \u201c<em>Madonna del Rosario<\/em>\u201d e \u201c<em>San Francesco<\/em>\u201d; suo \u00e8 il trittico, collocato in sacrestia, raffigurante \u201c<em>San Francesco che scaccia i demoni<\/em>\u201d assieme alla riproduzione di un particolare della \u201c<em>Adorazione dei pastori<\/em>\u201d del Tintoretto. Nel biennio 2000-2001 Bottoli comp\u00ec l\u2019opera pi\u00f9 importante: la Via Crucis. L\u2019artista non ha separato, come \u00e8 nei canoni tradizionali, in singole stazioni i diversi episodi della Passione, ma ha raffigurato il viaggio di Ges\u00f9 verso il Calvario in una sequenza continua; inoltre ha dipinto la quindicesima stazione, la risurrezione di Ges\u00f9, con un\u2019impronta di assoluta novit\u00e0: realizzata sul retro dei pannelli mobili della Via Crucis, che risulta pertanto dipinta sui due lati, svolge il tema della risurrezione dei morti, che alla fine del mondo procedono verso Cristo risorto, raffigurato in una grande tela che scende dalla volta sopra l\u2019altare. Il tutto \u00e8 completato da altri due quadri che, aprendosi per mezzo di un pannello mobile, danno vita a quattro scene distinte: due, \u201c<em>Il passaggio del mar Rosso<\/em>\u201d e \u201c<em>Il miracolo dell\u2019acqua nel deserto<\/em>\u201d fatta scaturire da Mos\u00e8 per dissetare il suo popolo, si ispirano all\u2019Antico Testamento e sono l\u2019anticipazione della nuova vita sgorgata dalla risurrezione; due, \u201c<em>Le donne al sepolcro<\/em>\u201d e \u201c<em>I discepoli di Emmaus<\/em>\u201d, traducono in immagini gli episodi evangelici che testimoniano la presenza del Risorto.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[i] V. Longoni, <em>I Signori di Carcano<\/em>, in \u201cQuaderni Erbesi\u201d, vol. XVI, Como 1996.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Longoni cita il documento da lui ritrovato nella perg. n. 2060 della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il testamento fu rogato in Milano dal notaio Gugliemo Capono, detto Borrino, il 14 aprile 1285. Giacomo Carcano, il padre di Guglielmo, compare anche in un precedente documento del 1250 come fideiussore di un debito del monastero milanese di Santa Margherita e si sa che era devoto di san Giacomo. Presumibilmente fu questo il motivo per cui il figlio, dopo aver ripartito gli averi tra i suoi eredi Francino e Tomasino, destin\u00f2 un lascito per la celebrazione di messe di suffragio nella chiesa di san Giacomo esistente alla Ferrera.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Cfr. A. Molteni, <em>Il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei in Merone<\/em>, Merone 1999.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">E\u2019 riportata una parte del testamento in cui Guglielmo Carcano, figlio di fu Giacomo \u201c<em>de Merono<\/em>\u201d, stabil\u00ec un lascito al \u201c<em>capitulo de Incino<\/em>\u201d per la celebrazione di messe \u201c<em>ad ecclesiam Sancti Iacobi prope Meronum<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[ii] Goffredo da Bussero \u00e8 autore del <em>Liber Notitiae Sanctorum Mediolani<\/em>, una sorta di catalogo di tutte le chiese di Milano.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[iii] Nello \u201c<em>Status ecclesiae mediolanensis<\/em>\u201d del 1466 della pieve di Incino si dice: \u201c<em>Canonica de Incino habet praepositum cum canonicis XIII; capellani ibidem duo; ecclesiae parochiales cum capelle XXII<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[iv] <em>Notitia cleri mediolanensis de anno 1398 cum indicatione extimi<\/em>.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Capella Sancti Iacobi de Merone: Lira 1, soldi 13\u201d.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[v] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. XII, sec. XVI.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026 <em>mediocriter scribit. Habet peritiam cantus firmi, et figurati<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[vi] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. XVII, 1574.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A proposito dell\u2019angustia della chiesa di san Giacomo e della sua eccessiva lontananza da Moiana si legge negli atti della visita: \u201c<em>Ecclesia hec est valde parvula et angusta, et valde distat a loco Moiana et ab omni alia habitatione<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019architettura della chiesa era caratterizzata dalla volta che sovrastava l\u2019altare, ma che era ormai vecchia e corrosa: \u201c<em>tota picta sed vetus et corrosa<\/em>\u201d. Sotto l\u2019arco non era appeso il crocifisso e l\u2019ingresso alla volta era delimitato da un muretto.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A proposito della necessit\u00e0 di edificare una nuova chiesa o di ampliare l\u2019esistente si legge tra l\u2019altro: \u201c <em>Il Vicario foraneo co\u2019 gli huomini della cura, consideri, et discorra dove si potrebbe trasportare la Chiesa parochiale, acci\u00f2 sia nel\u2019habitabile, et si fosse bene de grandire la Chiesa di Merone per questo effetto, quasi il sito lo tolerasse, et in questo caso per aiuto degli huomini, essendo bisogno, si daria facolt\u00e0, che si potesse alienar qualche bene di questa cura; ovvero li dove adesso \u00e8 la chiesa sia l\u2019aria tollerabile da potervi abitare, onde si puossi edificarli la casa per il sacerdote, vendendo l\u2019altra\u2026<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A proposito dell\u2019istituzione della \u201c<em>Scuola del SS. Sacramento<\/em>\u201d e della conservazione dell\u2019eucarestia nel tabernacolo sull\u2019altare si legge: \u201c<em>Sin tanto che li homini no provvedano di metter la chiesa nella terra o in loco habitato, overo la casa del sacerdote giunta alla chiesa no se li tenga il Santissimo Sacramento ma pur si incammini la scola del Corpus Domini qual habbiamo eretta\u2026 acci\u00f2 si possi accompagnar il Santissimo Sacramento alli infermi con frequentia de persone<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Ecco, infine, alcune delle disposizioni impartite da san Carlo per rendere la chiesa idonea al culto:<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si proveda d\u2019un tabernacolo d\u2019ottone indorato col fondo secondo la forma che sia d\u2019argento;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Sotto il piede del Battistero si faccia il suolo alquanto elevato dal pavimento et si pianti sopra di esso una croce bassa che lo circondi col suo usciolo nel mezzo;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si faccino rinfrescar le figure che sono nella niccia dell\u2019altar et accomodar il muro dove \u00e8 rotto;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si proveda d\u2019una pietra sacrata che sia alla misura quale si faccia inserir nell\u2019altare;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si faccia far la vidriata sula finestra della capella;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si faccino due finestre alla moderna dalla banda destra nello intrar della chiesa et se li mettano le ferrade et ramegna di tela;<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">&#8211;\u00a0\u00a0\u00a0 <em>Si faccia acconciar et indorar il calice et patena profanati\u2026<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[vii] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. XVII, 1574.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Nella relazione della visita al cimitero, che fu trovato completamente cintato da un muro \u2013 \u201c<em>undique muris vallatum<\/em>\u201d \u2013 si legge: \u201c\u2026 <em>et ibi in capite testudo semidiruta et alia vestigia ecclesie demolite<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[viii] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. XVII, 1574.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Negli atti della visita pastorale si parla di due legati: uno con cui Gabriele Frigerio aveva lasciato per testamento \u201c<em>di distribuir in elemosina staia quattro di formento et di far celebrar messe sei l\u2019anno\u2026 per anni 24\u201d, impegnando come garanzia alcuni beni da lui posseduti in territorio di Moiana; l\u2019altro di Leone Frigerio, che con il testamento redatto nel 1572 aveva assunto l\u2019obbligo di \u201cdistribuir alli poveri di Moiana staia quattro di formento con far celebrare messe otto l\u2019anno per anni dodici<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">A proposito di Giacomo Corti, erede di Gabriele Frigerio, il cardinale impart\u00ec le seguenti disposizioni: \u201c<em>Esso Jacomo dia sigurt\u00e0 nelle mani del Vicario Foraneo entro otto d\u00ec di satisfare alli sodetti ordini nostri, et data che l\u2019abbia il Curato l\u2019admetta alla confessione et communione: altrimenti lo publichi per interdetto dallo ingresso della chiesa\u2026<\/em>\u201d.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[ix] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. XVII, 1589.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[x] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. 42, 1618, 2 giugno.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Ecclesia haec est campestris, proculque a pagis Mollianae et Meroni ultra Lambrum posita, et parochianis accessu incomoda<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xi] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026 <em>ultra Lambrum degentibus<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xii] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026 <em>domum pro rectoris commoda habitatione prope dictam Ecclesiam aedificent<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xiii] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026<em>cis Lambrum degentes<\/em>\u2026<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xiv] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Oratorium, seu Ecclesiam S. Catharinae Meroni, populus in longitudinem ac latitudinem ampliari curet, sacristiamque ac turriculam campanarum aedificari<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xv] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>ne cuipiam repentino morbo correpto\u2026 sine sacro viatico ex hac vita migrari contingat<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xvi] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Comparetur tabernaculum decens inauratum, sigillis, columellisque conspicuum, intus serico rubro vestitum, in cuius summa parte sit imago Christi resurgentis\u2026 quod postea reportari poterit in decoram Ecclesiam Assumptionis B.V. Mariae dicti loci Mollianae<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xvii] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Emantur duo vasa aquae lustralis ex lapide saltem molari levigatissimo, quae ab ingressu Ecclesiae latelariter columellis imponantur ut mulieres a viris aqua benedicta sese separatim aspergant<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xviii] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Et ne antiqua Ecclesia SS. Iacobi et Philippi ullo tempore destruatur, celebrentur in ea duae missae in hebdomada, altera feria secunda per rectorem Mollianae; altera per cappellanum Meroni sexta feria, sub poena iuliorum duorum per quemcumque intermittentem singulis vicibus incurrenda, nisi cappellanus Meroni aliquando intermitterit, quia ob maximos imbres et aquarum excrescentiam, Lambrum sine periculo transvadari non posset<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xix] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. 62, 1686.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026<em>moderne et elegantis structure<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xx] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c\u2026 <em>ab utroque loco Meroni et Moglianae pari distans distantia<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxi] Ibidem<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Venerantur non nullae SS. Reliquiae quarum Nomina ignorantur reposite in duobus vasis ligneis rotondis de quarum recognitione non constat attamen semper exposite fuerunt publicae adorationi et pro sacris reliquiis cultae ut ex attestationibus virorum seniorum<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxii] APMe, Registro dei battesimi, matrimoni e funerali dal 1762 al 1812.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Vi si legge: \u201c<em>Millesettecento Ottantotto a di trenta Gennaro. Carlo Andrea Mauro figlio di Giuseppe abitante in Merone e passato da questa a miglior vita doppo tre giorni della sua nascita\u2026 e statto sepolto il di lui cadavere e fu il primo nel nuovo Campo Santo di questa Parrochia<\/em>\u2026\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxiii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Don Rodolfo Ratti cos\u00ec scrive a proposito di don Moranzoni: \u201c<em>Entrato in parrocchia nell\u2019anno 1877, trov\u00f2 la piccola chiesa parrocchiale che non valeva a contenere nemmeno un terzo della popolazione, numerosa pi\u00f9 che 1.200 da 720 che era nell\u2019anno 1842 come consta da nota che conservasi in Archivio.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>Per ascoltare la S. Messa, la maggior parte della popolazione dovevasi recare nelle Parrocchie circonvicine; per attendere alla spiegazione della S. Dottrina, le donne si radunavano in Chiesa, gli uomini se ne stavano a cielo scoperto, nella piccola piazza davanti alla chiesa; puossi immaginare quale ne doveva essere il profitto in merito all\u2019istruzione religiosa<\/em>.\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxiv] In alcuni documenti l\u2019ing. Sironi \u00e8 detto di Cant\u00f9.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxv] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. II.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Cos\u00ec la descrisse don Mario Caldirola, iniziando nel 1946 il secondo \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d della parrocchia.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxvi] In una nota dell\u2019articolo \u201c<em>Progetto della nuova Chiesa di Mojana con Merone<\/em>\u201d pubblicato da don Moranzoni nel 1881 sulla rivista \u201c<em>Il Leonardo da Vinci<\/em>\u201d di Milano si legge: \u201c<em>L\u2019appello fatto nello scorso anno riscontr\u00f2 eco favorevole non meno nei RR. Sacerdoti che nei Signori laici. Fra i primi meritano particolar menzione Sua Eccell. Illus. e Rev. Nostro veneratissimo Arcivescovo (che benedisse con effusione d\u2019animo l\u2019impresa affermando di non aver in Diocesi parrocchia s\u00ec mal provveduta di chiesa) gl\u2019illustrissimi Monsignori Rossi e Lurani Nobile Giuseppe, i Rev.mi Sig. Prevosti d\u2019Alzate, di S. Fedele, di S. Alessandro, di S. Vittore ed il M.R. Sig. Don Tommaso Genolini. Fra i secondi i distinti Signori Isacco Zaffiro, Corti Biagio, Polti Giuseppe, Corti Giovanni e Carlo fratelli, Nobile Carlo Venini, Cav. Giulio Fumagalli, un Nobile Seniore di Milano (la cui modestia non consente la pubblicazione del nome) la Principessa Luigia Rasini v. Anguisosla, la Sig. Maria Polti e Bianca Biraghi m. Beretta\u201d.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxvii] Don Rodolfo Ratti nel suo racconto, contenuto nel primo volume del \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d, indica la data del 25 marzo.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxviii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxix] Ecco il testo dell\u2019articolo \u201c<em>Progetto della nuova Chiesa di Mojana con Merone<\/em>\u201d pubblicato nel 1881 da don Moranzoni sulla rivista \u201c<em>Il Leonardo da Vinci<\/em>\u201d di Milano.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>L\u2019angustia eccezionale della Chiesa Parrocchiale di Mojana e Merone, dedicata ai SS. Apostoli Giacomo e Filippo, di semplice ed antica costruzione posta sul territorio d\u2019Incino a distanza di pochi passi da Pontenuovo, pose lo scrivente nella dura necessit\u00e0 d\u2019iniziare le pratiche per la costruzione d\u2019una Chiesa nuova pi\u00f9 decorosa e pi\u00f9 corrispondente al numero ognor crescente dei terrieri per l\u2019adempimento dei loro doveri religiosi. Dietro consenso delle Autorit\u00e0, il sottoscritto acquist\u00f2 l\u2019area all\u2019uopo richiesta stralciandola da un fondo costituente il Beneficio parrocchiale, posta in luogo comodo, salubre ed ameno, ne fece scavare dai terrieri le fondamenta e nel giorno 6 marzo dello scorso anno con modesta ma festosa ed esultante funzione si poneva la prima pietra sopra un disegno del bravo ingegnere Sironi di Verano che gratuitamente presta l\u2019opera sua. Principiati i lavori mediante la spontanea ed energica cooperazione manuale dei buoni fedeli, che gi\u00e0 da molti anni sentono il bisogno d\u2019una Chiesa pi\u00f9 vasta, ed il concorso di pii benefattori, si condussero i lavori a 5 metri fuori terra, ma sventuratamente nel settembre per deficienza di mezzi si dovettero sospendere i lavori. Ora per l\u2019ardore che lo scrivente sente vivissimo di riprenderli, per poter presto raccogliere il popolo all\u2019esercizio del culto ed alla parola divina ed in vista del danno morale ognor pi\u00f9 sentito che ne deriva massime per la mancanza d\u2019istruzione religiosa, malgrado la calamit\u00e0 delle annate e delle molteplici evenienze che reclamano le beneficenze del ricco, pur si volge di nuovo supplichevole alla carit\u00e0 delle anime pie fidenti, che memori queste, che a chi d\u00e0 sar\u00e0 ricambiato con abbondante misura, e che la limosina libera dalla morte, purga dai peccati e fa trovare la misericordia e la vita eterna, concorreranno di buon animo coll\u2019obolo ed anche con materiali ad un\u2019opera di s\u00ec estrema necessit\u00e0 per viemmeglio promuovere nella Parrocchia la gloria di Dio e la salvezza delle anime.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>Oh! Voglia il Signore nella sua ineffabile\u00a0 misericordia, mediante l\u2019intercessione di Maria Santissima, di S. Giuseppe e dei SS. Apostoli Giacomo e Filippo sotto i di cui faustissismi auspici s\u2019aperse la sottoscrizione coronare i voti pi\u00f9 ardenti del sottoscritto; e gli sia riempito quel vuoto desolante che sente profondo nell\u2019animo nel vedere i suoi parrocchiani nei giorni festivi starsene o nella pi\u00f9 incomoda posizione od a cielo scoperto per assistere alle sacre funzioni.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>Le oblazioni si ricevono dalla Fabbriceria, dal sottoscritto ed anche dagli Onorevoli Sindaci dei Comuni costituenti la Parrocchia. I nomi dei riveriti oblatori ogni Domenica saranno dal Parroco ricordati alle orazioni del popolo e all\u2019uopo resi di pubblica notizia mediante apposito elenco.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>A fine poi di chiamare vieppi\u00f9 sugli oblatori pi\u00f9 copiose ed elette le Benedizioni del Signore ogni mattina dopo la Messa si reciteranno tre Pater, Ave Gloria implorando l\u2019intercessione di San Giuseppe ed ogni Sabato premessa la recita del Rosario s\u2019impartir\u00e0 la Benedizione e queste pratiche saranno perpetuate affinch\u00e9 dopo molt\u2019anni tornino anche suffragio ai benefattori defunti.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Sac. Carlo Moranzoni, Parroco.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxx] ACMe, cart. 2, cat. 1, cl. 8, fasc. 2, sez. Moiana, anno 1884.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxi] ACMe, cart. 6, cat. 7, cl. 6, fasc. 2, sez. Moiana, anno 1897.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il sindaco di Moiana\u00a0 si \u00e8 servito per la sua risposta (nella cartella \u00e8 conservata una minuta recante numerose correzioni) di appunti passatigli dal parroco. La seconda parte della lettera, infatti, riporta fedelmente uno scritto sullo stesso argomento, non firmato, ma che la grafia fa senza alcun dubbio attribuire a don Moranzoni.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il racconto \u00e8 del parroco don Rodolfo Ratti.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxiii] A. Molteni, <em>Merone. Dall\u2019agricoltura all\u2019industria<\/em>, Como 1983.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Da pag. 163 a pag. 167 \u00e8 riportato tutto il carteggio intercorso tra il parroco don Carlo Moranzoni e le amministrazioni di Merone e di Moiana.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxiv] APMe, faldone \u201cNuova Parrocchiale\u201d, 1891.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxv] ASDMi, sez. X, visite spirituali, Pieve d\u2019Incino, Visita card. A. C. Ferrari, 1898.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxvi] ASDMi, sez. X, visite spirituali, Pieve d\u2019Incino, Visita card. A. C. Ferrari, 1898.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxvii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxviii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xxxix] Furono calcolate per la copertura del tetto 4.000 tegole: ogni tegola poteva essere acquistata al valore simbolico di 50.000 lire. Le formelle erano 250 e il valore simbolico di ognuna fu 200.000 lire.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xl] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019espressione \u00e8 di don Rodolfo Ratti che ricorda la storia della chiesa.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xli] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. I.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">L\u2019episodio \u00e8 narrato da don Mario Caldirola, il parroco che accompagn\u00f2 a Roma la comitiva.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlii] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. II.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Il racconto \u00e8 di don Mario Caldirola.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xliii] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, vol. 62, 1686.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Si legge nei \u201c<em>decreta<\/em>\u201d: <em>De Oratorio S. Chatarine, V. et M. Loci Meroni. In loco Meroni, quod distat dimidium milliare a Parochiali SS. Jacobi et Philippi locorum Mogliane et Meroni extructum est Oratorium et Catharine V. et M. dicatum. Structure moderne navi unica constans ac dealbatum. Unius in eo est Altare requisitis instructum in quo tamen raro celebratur.<\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xliv] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. II.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Don Caldirola suggerisce l\u2019ipotesi che il dipinto dell\u2019Addolorata possa essere di Guido Reni.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlv] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. II.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Don Caldirola si occup\u00f2 di don Pietro Orsenigo nel \u201c<em>Liber chronicus<\/em>\u201d in data 19 marzo e 18 aprile 1938, in occasione del 50\u00b0 anniversario dell\u2019ordinazione sacerdotale, e il 17 aprile 1944, giorno della sua morte, lasciando pagine di sincera stima.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlvi] APMe, <em>Liber chronicus<\/em>, vol. II.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Tutte le citazioni sono tratte dal racconto di Don Caldirola.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlvii] ASDMi, sez. X, visite pastorali, Pieve di Incino, S.D. 5.6, 1628.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">Lettera del 2 ottobre 1628 indirizzata al cardinal Federico Borromeo perch\u00e9 desse incarico a un suo delegato per la benedizione della nuova chiesa di Moiana.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">\u201c<em>Ill.mo Rev.mo Sig. <\/em><\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><em>Un pezzo fa\u2019 con licenza de Sig.ri Superiori, et conforme al dissegno datto da Monsignor fabriciero fu datto principio a fabricar un\u2019Oratorio nella terra di Moiana pieve d\u2019Incino dedicato all\u2019Anonciazione della Beata Vergine, et questo nel loco designato dalla S.ta memoria di S. Carlo nel ultima sua visita, che fece della pieve d\u2019Incino, qual parimente f\u00f9 visitato da V. S. Ill.ma nell\u2019ultima sua visita di detta pieve, nella quale esort\u00f2 il popolo della detta terra di Moiana a farlo finire, il che hanno fatto perci\u00f2 recorrono da V. S. Ill.ma humilmente supp.la si degni restar servita di delegar il S. Preosto, o il Sig. Vicario foraneo della detta pieve, overo chi pi\u00f9 gli pare, che benedicono detto Oratorio, et parimenti conceder licenza, che se gli possa celebrar messa, acci\u00f2 che con occasione d\u2019infermi, il parrochiano possi venir ivi a celebrare per poterli poi portar il S.mo Sacramento con magior comodit\u00e0, et riverenza per esser la gesia parrochial lontana dalla detta terra quasi un milio verso il lago di Pusiano, che per detta distanza molti infermi se ne sono morti senza comunicarsi per non esser potuto arivar a tempo il Parrochiano, con il S.mo Sacramento, et molte volte anchora si estingono li lumi per li venti, che quasi sempre soffiano per detta strada per esser vicina al lago, il che rende irreverenza al S.mo Sacramento, et questa f\u00f9 la causa principale, che il S.to Cardinale di S.ta memoria esort\u00f2 detto Populo a far erigere d.o Oratorio per potervi ivi celebrare acci\u00f2 si obviasse a tutti questi inconvenienti, il che si spera<\/em>.\u201d<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlviii] ACMe, cart. 2, cat. 1, cl. 8, fasc. 2, sez. Moiana, anno 1879-1881.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[xlix] L\u2019idea della sottoscrizione fu coinvolgente. Il restauro di un metro quadro di tetto fu fissato in \u00a3. 220.000. Vi aderirono 104 famiglie per un totale di \u00a3. 48.925.000. L\u2019amministrazione comunale di Merone contribu\u00ec con 20 milioni, l\u2019amministrazione provinciale di Como con 25 milioni. Le banche e le ditte locali versarono complessivamente \u00a3. 19.750.000. L\u2019impianto di illuminazione fu offerto dalla ditta Miotto Ferruccio di Erba. Vanno aggiunti, inoltre, gli incassi annuali della Festa di san Francesco.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\">[l] Mariano Bottoli, diplomato alla scuola d\u2019arte sacra \u201c<em>Beato Angelico<\/em>\u201d di Milano, vincitore di numerosi premi nazionali e internazionali, a partire dal 1991 ha partecipato a tutte le edizioni della Festa di san Francesco di Moiana, realizzando ogni anno un\u2019opera pittorica ispirata al tema proposto dalle esposizioni storico-fotografiche: <em>San Francesco scaccia i demoni; Il genio e l\u2019ingenio; Il mondo degli umani visto dai pesci; Fiamme, fiabe, presenze del camino; Allegoria di san Francesco; La battaglia; I ritratti; Allegoria del baco da seta; Momenti di storia e vita in Brianza; Il lupo ammansito, il lebbroso guarito, la predica degli uccelli; Scene mitologiche al seguito di Andrea Appiani; Apoteosi di san Carlo; Mondo contadino in Brianza. <\/em><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le chiese dei santi apostoli Giacomo e Filippo \u00a0 L\u2019attuale santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei in Merone fu l\u2019antica chiesa parrocchiale delle comunit\u00e0 di Moiana, di Merone e, in parte, anche di Incino. 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